11° Marcia della Giustizia e della Pace - Recanati-Loreto 2012

La pace si costruisce dal basso. Comincia dal suono della sveglia, dallo stare gomito a gomito con lo sconosciuto al bar. Diventa solida quando siamo soli, invisibili agli occhi del mondo, mentre compiamo una scelta.
E’ vero, trentuno conflitti in corso nel mondo sembrano spostare la nostra attenzione su altri luoghi di indagine, su altri livelli di responsabilità. I comportamenti aggressivi nell’economia e nella finanza globali sono essi stessi la denuncia di gravi responsabilità di soprusi agli individui, alle minoranze, a intere popolazioni.
Come si può, allora, pensare la pace, parlare di pace nel quotidiano? I tavoli che ne influenzano l’essere sono distanti, inaccessibili. Non possiamo credere e, comodamente, illuderci che quello sia la sede degli esiti positivi, demandando al caso o a qualche “lume” superiore o rete pacifista globale l’attuazione di una soluzione. Solo questo significherebbe minare la speranza dell’esistenza di un vero, attuabile progetto di pace. Occorre, invece, partire dalla ricerca di senso. Nel piccolo, appunto. E’ una questione di cultura ed educazione. E’ un seme che può trovare un suo terreno fertile soltanto nel cuore dell’individuo, della famiglia, delle piccole comunità di uomini e donne che ogni giorno cercano di fare della loro vita un compimento di senso. Molti sono gli strumenti a disposizione, molte le occasioni che ci richiamano alla scelta.
 
All’aprirsi di questo decennio, l’episcopato italiano ha tracciato in Educare alla vita buona del Vangelo le priorità pastorali per le nostre Chiese particolari, dal 2010 al 2020. Non è un caso che il tema dell’educazione ne sia il fulcro fondamentale. E’ un segno che dice chiaramente che il nostro tempo soffre la mancanza o la scarsa qualità dell’azione educativa. Un problema che non tocca solo la Chiesa.
Educare, alla fine, significa ‘far nascere’ alla vita della comunità, vuol dire fornire strumenti, permettere la crescita, arricchire il pensiero, mettere qualcuno nelle condizioni di poter disporre della propria vita per poterla vivere davvero. Educare significa aiutare a non avere paura; anzi, essere in grado di comprendere e amare. E, da qui, di affrontare con serenità ciò che ci viene incontro. Ciò che è sconosciuto; l’alterità e la diversità. Il mondo che cambia.
Tutto questo vuol dire essere in grado di “guardare con speranza fondata verso il futuro”, che è il fine indicato dal Santo Padre nel suo Messaggio per la 45ª Giornata Mondiale della Pace, in cui vengono evidenziati il ruolo naturale, che è anche dovere, della comunità cristiana che “offre il suo contributo e sollecita quello di tutti perché la società diventi sempre più terreno favorevole all’educazione. Favorendo condizioni e stili di vita sani e rispettosi  dei  valori,  è possibile  promuovere  lo  sviluppo  integrale  della  persona,  educare all’accoglienza dell’altro e al discernimento della verità, alla solidarietà e al senso della festa, alla sobrietà e alla custodia del creato, alla mondialità e alla pace, alla legalità, alla responsabilità etica nell’economia e all’uso saggio delle tecnologie”. E ancora, pensando ai giovani come al soggetto centrale di questa attenzione educativa, li incoraggia nel “ricercare la verità, a difendere il bene comune, ad avere prospettive aperte sul mondo e occhi capaci di vedere «cose nuove»”.
 
Dunque, essere educatori e operatori di pace sono tanto correlati da essere, quasi, la stessa cosa. E’ questo rapporto identitario che evoca all’inizio della sua testimonianza, in apertura della 11° Marcia per la giustizia e la pace Recanati-Loreto, don Luigi Merola, prete sotto scorta della Diocesi di Napoli, che ricorda come il cristiano, per il suo stesso essere seguace di Cristo, facendo rivivere l’origine del Vangelo, andando per le strade, imparando ad andare incontro alle persone, seguendo il principio della giustizia che è stato al centro dell’insegnamento di Gesù, è un costruttore di pace in terra. Afferma inoltre: “La pace si può ancora realizzare, a condizione che si educhi alla verità, che significa onestà.”
Torna il tema dell’educare e, con esso, torna una riflessione già presente nel messaggio del Santo Padre in cui si sottolinea che l’educazione non riguarda solo chi viene educato ma, in primo luogo, i soggetti educanti. Soggetti che devono essere capaci, devono operare una precisa scelta di responsabilità, amare la verità e l’onestà intellettuale. L’educatore deve educarsi all’impegno e alla legalità, alla responsabilità, sapendo ‘da che parte stare’.
Da qui l’invito al mondo della scuola, che è il luogo primario in cui si può iniziare a salvare la società attraverso la formazione, l’educazione, la memoria, la passione, la responsabilià.
Ascolta l’intervento di don Luigi Merola – parte 1parte 2parte 3
 
E dalla scuola all’intera società civile, a iniziare dall’ordinamento dello Stato e dalle istituzioni, luoghi in cui, per emanazione della Costituzione repubblicana, si dovrebbero attuare quei principi di legalità e giustizia atti ad andare incontro alle persone, ma che dal comportamento delle persone dipendono. Questo ci ricorda Gian Carlo Caselli, magistrato italiano da sempre in prima linea sul fronte della giustizia in un’ottica di centralità della persona e di responsabilità di ogni cittadino nella sua attuazione.
Ascolta l’intervento di Gian Carlo Caselli – parte 1parte 2 o leggilo in pdf.

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