Seconda visita di Caritas Marche a Nias

Nias – Indonesia, 16 – 25 febbraio 2007
Esperienza di condivisione

Dovrei dare un titolo alla mia seconda esperienza nell’isola di Nias (Indonesia) dove mi sono recato insieme ad Andrea, della segreteria della delegazione Caritas Marche, dal 17 al 25 febbraio, per condividere qualche momento dell’esperienza che la Caritas diocesana di Sibolga sta vivendo in comunione con Caritas Italiana e Austria nel Cammino di ricostruzione dopo il terremoto e lo tsunami. La tentazione è quella di chiamare questa esperienza “esercizi spirituali” per la grazia, per la riflessione, per i doni che mi hanno arricchito spiritualmente. Mi ero recato in quei luoghi un anno e mezzo fa e con gioia ho visto un'isola in fermento, una popolazione che ha desiderio di risorgere, di vivere. Si sta ricostruendo a pieno ritmo anche se si incontrano tante difficoltà e il tempo di ricostruzione che si vorrebbe quasi immediato a volte va, in qualche luogo, un po’ a rilento. Non vorrei fare una cronistoria della mia esperienza ma evidenziare solamente delle sensazioni che ho provato.
  • La prima impressione positiva: non ho mai trovato scritto “Caritas Italiana” ma sempre “Caritas Sibolga”. È lo stile della Caritas: mettersi al servizio della Caritas diocesana del luogo, condividere, sostenere il progetto, coinvolgere le comunità parrocchiali del luogo, rispettare lo stile di vita della gente, collaborare con altre Caritas, perché al centro non deve esserci l’efficientismo, la realizzazione pura e semplice di una ricostruzione ma la persona, la comunità, il villaggio. Tutto questo non è facile e padre Raymond, vicedirettore della Caritas, e Barbara Dettori di Caritas Italiana lo ripetono spesso. La ricostruzione, i progetti programmati vanno avanti ma la difficoltà sta nella lentezza del governo, assente per troppo tempo e, inizialmente, anche nel coinvolgimento delle parrocchie e dei religiosi che hanno fatto un po’ fatica a capire lo spirito della Caritas che deve continuare dopo il momento della emergenza e della ricostruzione, perché la casa è importante ma la persona è molto più importante. In alcune situazioni si vorrebbe vedere tutto ricostruito con l’aggiunta di qualche opera in più, e basta. La tentazione di voler vedere presto un progetto realizzato è anche del donatore che non sa quali difficoltà a volte bisogna superare. In questo momento è bello notare come si dà spazio alla formazione, al coinvolgimento. Un lavoro lungo e difficile sarà trovare volontari. La Caritas promuove corsi di formazione e l’ultimo era in corso di svolgimento durante la nostra permanenza.
  • La ricostruzione procede e l’aspetto che vorrei sottolineare è lo stile che viene adottato. Finalmente quasi tutti sono usciti dalla tenda, situazione che era insostenibile per mille motivi e ora ci sono le abitazioni provvisorie. In alcuni villaggi, dove le questioni burocratiche sono state superate, le famiglie stanno ricostruendo la propria casa. Sì, è la famiglia che si costruisce la casa. La Caritas, dopo aver studiato con la gente il progetto, ha predisposto delle tappe per la realizzazione. Un gruppo di esperti segue tutto il percorso curando che la famiglia realizzi il progetto in modo giusto e, soprattutto, la famiglia non avrà subito tutto il materiale messo a disposizione gratuitamente dalla Caritas o, meglio, dalla parrocchia, ma in tappe successive e a realizzazione di ognuna di queste.
  • Il nostro progetto Marche, perché molti vorrebbero sapere questo, sta a buon punto e speriamo che lo Stato, in località Lasara (quartiere di Gunung Sitoli, capoluogo dell'isola di Nias) metta in condizione di costruire il villaggio con un progetto già pronto. Sta partendo anche la realizzazione di un altro villaggio. Tutto si vorrebbe subito ma la Caritas ha dovuto fare opera di discernimento per capire chi veramente ha bisogno della casa e superare tante altre difficoltà. La cosa più bella è che la parrocchia di Santa Maria ha condiviso questi progetti e li segue. Per la caritas di Sibolga non è facile trovare ingegneri e ditte che siano all’altezza del compito da svolgere. Molto spesso bisogna trovare personale fuori dell’isola. Nell’opera di ricostruzione si cerca di coinvolgere il più possibile gente del luogo. Ho potuto verificare con quale cura cercano personale adeguato e motivato, come ne curano la formazione.
  • La città e i villaggi vivono un grande fermento. La vita economica sta riprendendo e lo si nota dai tanti negozietti riaperti, dai lavori lungo le strade, dalle tante moto, dalle scuole che hanno locali più idonei. Durante la giornata la vita è frenetica anche se dietro si potrebbe nascondere qualche problema: avere una moto significa indebitarsi, per i ragazzi la moto è sinonimo di aggregazione, si parla di alcolismo per tanti uomini. Si percepiscono tante contraddizioni: la povertà delle case, la situazione della donna, le famiglie numerosissime, l’igiene che lascia a desiderare , la debolezza della presenza politica e la sensazione che tutto debba cadere sotto il fenomeno del favore da pagare. Il salario medio mensile è molto basso, la situazione sanitaria dell’isola non offre sufficienti garanzie e spesso bisognerebbe recarsi a Giacarta, ma per molti questo è impossibile.
  • Ho incontrato tanti bambini, di tutti i tipi ma sempre sorridenti. Vanno a scuola con la divisa e spesso sono costretti a fare tanti chilometri a piedi per andare e tornare, magari con le scarpe in mano. Quando è possibile, se c’è, vanno in bicicletta. Ho visto bambini lavorare lungo le strade, trasportare sassi pesanti, lavorare nei campi, giocare con un pallone bucato e cotto dal sole, con un piccolo aquilone, giocare nel fiume carico di acqua fangosa per la pioggia. Ho incontrato bambini portatori di handicap e orfani. Un grande grazie alle suore e alle persone che li curano con tanto amore. Certo che si potrebbe pensare ad un progetto, anche piccolo, che permetterebbe ogni anno di aiutare specialmente chi, attraverso un intervento chirurgico, potrebbe risolvere il proprio problema. Mi ha fatto riflettere padre Mathias, a Sirombu, quando raccontava che quasi ogni giorno vede arrivare nella sua missione bambini che non sanno dire da dove provengono e vivono da sbandati.
  • Ho conosciuto religiosi, soprattutto padri Cappuccini e suore: mi hanno insegnato che iniziare la giornata anche con una levataccia ma in compagnia del Signore, nella preghiera, significa veramente dare un senso diverso alla propria fatica pastorale. E pensare che spesso siamo talmente presi dalle attività e dai problemi, che dimentichiamo il riferimento essenziale. Ho condiviso la casa con un gruppo di catechisti che per una settimana hanno imparato e studiato l’animazione liturgica e della preghiera perché saranno le guide delle piccole chiese dei villaggi, dove il sacerdote può recarsi raramente: c’è tanto da imparare.
  • Ho vissuto momenti di forte condivisione con tutta l’equipe che sta operando: gioia, impegno, amicizia è la caratteristica del lavoro. Non mancano le difficoltà e mi hanno raccontato che a volte padre Raymond ha dovuto prendere decisioni dure verso chi non operava in comunione con il progetto. La condivisione dei progetti e dell’opera delle varie Caritas internazionali hanno reso possibile una collaborazione più proficua.
  • Una nota un po’ più grigia l’ha sottolineata Barbara e riguarda soprattutto i giornalisti perché non sanno cogliere il vero vissuto della gente e l’opera che la Caritas sta svolgendo. Si presentano e vogliono realizzare ciò che già hanno in mente di fare, non sempre rispettando i tempi e i modi della vita dell’isola e degli operatori. Ne deriva spesso un servizio deviante e destinato a creare solo meraviglia e compassione. Questo atteggiamento si riscontra anche in alcuni donatori che vogliono vedere realizzato il proprio progetto. Personalmente sono andato a Nias per imparare e condividere, qualche secondo, la fatica di chi sta operando. Ho notato tante strane coincidenze con le nostre emergenze: la fatica delle Chiese di percepire il vero valore della Caritas, la fatica di un percorso di formazione per volontari, la necessità dell’ascolto e del discernimento, la pretesa di chi vuole tutto e subito, il dialogo a volte difficile con le istituzioni. Accanto a questo un grazie a padre Raymond e a Barbara, che ho visto sereni e impegnati a tutto campo, per la loro forza d’animo e l’entusiasmo che mettono nel loro servizio e il tutto condito da una fiducia nella provvidenza divina. Un sogno che vorrei si realizzasse, pur sapendone le difficoltà: poter ospitare per un buon periodo padre Raymond nelle nostre caritas per conoscere i nostri percorsi, i nostri centri, i nostri servizi e per portarci, insieme a Barbara, la sua testimonianza.
  • Dovrei dire tante altre cose, anche se qualcuno potrebbe obiettare che in pochi giorni sembra impossibile aver notato tutto questo; ma rispondo sorridendo che non parlando inglese (a ciò pensava il mio segretario) avevo tutto il tempo di osservare. Con Barbara e Andrea poi ci si confrontava in italiano e avevo la possibilità di conoscere, chiedere, condividere.
  • Non parlo della natura, bellissima, del clima, del mare, della casa, delle strade, dei negozi, degli odori, delle risaie, dei frutti, dei tramonti, dei villaggi antichi, del capodanno cinese,delle religioni e delle etnie presenti sull’sola, dei matrimoni, della doccia che non c’è, del riso a colazione, pranzo e cena, perché ci vorrebbe un racconto a parte... Ma un ricordo tutto particolare, simpatico e affettuoso va al piccolo, grande geco: la lucertola (chiamiamola così) cattura zanzare che volevo compagna della mia camera. Bello, silenzioso, tranne qualche fischio, paziente nell’attendere ma velocissimo e determinato nel colpire.
Spero proprio di ritornare a Nias per arricchire maggiormente la mia vita di valori autentici che danno forza e discernimento alla mia vocazione e al mio servizio in Caritas e in parrocchia.
Un immenso grazie a tutti e che il Signore benedica l’opera di quanti operano a favore della popolazione di Nias.
 
don Nello Barboni

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