A dieci anni dal DPA

A dieci anni di distanza dagli Accordi di Pace di Dayton (DPA), la Bosnia ed Erzegovina (BiH) sembra essere sempre più il risultato di un’alchimia diplomatica che, pur avendo messo fine ad un massacro e avendo riconosciuto il paese nei suoi confini internazionali, non offre ancora garanzie di stabilità né sul piano locale né su quello regionale.
Le lacune del DPA sono oggi più che mai evidenti. Esso prevedeva la ricostruzione economica e materiale, la costituzione di nuove istituzioni, la promozione e il rispetto dei diritti umani, il ritorno dei rifugiati e degli sfollati interni e l’indizione di libere elezioni. Se da un punto di vista militare (separazione dei belligeranti e consegna delle armi) l'applicazione del DPA può essere considerata un successo, da un punto di vista civile, purtroppo, essa risulta ancora insoddisfacente.

Dayton ha sancito de facto la divisione del paese secondo linee di appartenenza etnica: i cittadini della BiH non si sentono “bosniaci”, ma croati, musulmani e serbi. La BiH esiste sulla carta ma non nel cuore della sua gente: l’identità bosniaca è ancora un’utopia. La presenza di cinque livelli di governo sullo stesso territorio impedisce la formazione di un senso comune di appartenenza allo stato: serbi e croati, ad esempio, guardano ancora rispettivamente più a Belgrado e a Zagabria che a Sarajevo. Attraverso la divisione del paese in due entità (la Repubblica Serba e la Federazione croato-musulmana) è stata creata poi per la prima volta nella storia del paese una relazione indissolubile tra l’appartenenza ad una comunità e la porzione di territorio da questa occupata.

La scomposizione del paese ha prodotto poi un quadro socio-economico in continuo degrado che, invece di ridimensionare alcuni effetti perversi del periodo bellico come la corruzione, i traffici illeciti e lo sviluppo di reti criminali, sembra averli protetti. La divisione del paese in due entità non corrisponde a nessuna logica produttiva e si concretizza nell’assenza di competitività: la mancanza di collaborazione tra i gruppi etnici rende più difficile la ripresa economica e dà origine a nuove forme di povertà.
La disastrosa situazione economica e sociale nella quale il paese si trova si manifesta in molteplici ambiti: tasso di disoccupazione attorno al 40%, metà della popolazione al di sotto o appena al di sopra della soglia della povertà, difficile gestione del processo dei rientri dei rifugiati e degli sfollati, e apatia nei giovani che si traduce nella loro volontà di lasciare la BiH e nelle lunghe fila d’attesa davanti le ambasciate dei paesi occidentali.

La guerra è stata contraddistinta da un elevato grado di violenza intercomunitaria: il caposaldo secolare della BiH, ovvero la convivenza multiculturale e multietnica, è stato spazzato via da pulizie etniche, stupri e violenze contro i civili. Il DPA affidava ai 5.4 miliardi di dollari di aiuti esterni confluiti in BiH il compito impossibile di ricostruire il paese nella totale assenza di una strategia di risanamento della società civile. La lentezza della giustizia per i crimini di guerra, ad esempio, impedisce che gli scopi della pulizia etnica siano smascherati e che la responsabilità di quegli atti venga allontanata dal tessuto sociale del paese: “l’altro” è ancora visto come l’assassino impunito dei propri cari. Nelle scuole poi s’insegna la memoria delle comunità e non la storia del paese: serbi, croati e musulmani studiano tre storie diverse e divergenti. Era necessario “leggere la pagina” prima di girarla, ma così non è stato.
Cristallizzando la separazione intercomunitaria causata dal conflitto, Dayton ha pertanto fermato la guerra ma non ha costruito la pace sociale e le premesse per lo sviluppo economico. La BiH è pertanto oggi lo Stato più povero tra le ex-repubbliche jugoslave. e una realtà continuamente minacciata da un aumento della tensione intercomunitaria.

L’impegno di Caritas in BiH
Caritas Italiana è presente in BiH dal 1993 e in questi dodici anni l’azione è andata sempre più intensificandosi finendo con l’interessare molteplici settori. La complessità della situazione richiedeva infatti una presenza continua, forte e multidirezionata (vedi box a lato). Filo conduttore ed obiettivo di tutti i programmi è sempre stato il miglioramento delle condizioni di vita dei gruppi più vulnerabili indipendentemente dall’appartenenza etnica o religiosa.
Si è inserita in quest'ottica la Conferenza organizzata a Sarajevo l'11 ottobre scorso da Caritas BiH in collaborazione con Caritas Italiana sul tema “Le povertà in BiH a dieci anni dal DPA“.
Due erano le finalità principali dell'iniziativa. Da un lato, promuovere il dialogo interreligioso come mezzo indispensabile per la risoluzione di questi problemi: a tale fine hanno discusso di povertà attorno ad uno stesso tavolo le principali organizzazioni caritatevoli delle componenti religiose del paese (cattolici, musulmani, ebrei e ortodossi). Dall'altro, far vedere alle istituzioni politiche bosniache e alla comunità internazionale la BiH “dal basso“, partendo dai bisogni fondamentali di chi ancora vive situazioni di povertà economica e di marginalità sociale.

È stato dunque elaborato un significativo Documento finale, firmato dalle quattro organizzazioni e consegnato a tutte le istituzioni presenti in BiH. Basandosi sui valori condivisi della dignità umana, della valorizzazione delle diversità, della solidarietà e del rispetto dei diritti umani, i firmatari concordano sul fatto che in BiH la povertà non sia più solo economica, ma anche sociale e culturale. È necessario avviare riforme che garantiscano a tutti un salario dignitoso e minime condizioni di tutela assistenziale, ancora insufficienti. Vanno poi aiutati i giovani più capaci, futura classe dirigente del paese, evitando la drammatica “fuga di cervelli” di questi anni. Bisogna eliminare gli ostacoli che impediscono alle stesse organizzazioni di combattere la povertà: su tutti la tassazione per i beni di prima necessità destinati ai più poveri. Occorre infine rompere l’isolamento di ciascuna componente etnica dalle altre due e trovare nuovi e migliori modi di vivere insieme.

La riduzione drastica del tasso di povertà è, dunque, possibile: le risorse non mancano, bisogna però poterle indirizzare bene e non disperderle. Perché, come è stato sottolineato con chiarezza, “la BiH non è un paese povero, ma un paese con problemi di povertà”.

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